sabato 18 aprile 2015

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Il cerchio magico: il mandala








Ovvero il Mandala...la figura archetipica che esprime la soppressione dei contrasti e l'unificazione degli opposti ,e' il simbolo unificatore, questo rappresenta i sistemi parziali della psiche riuniti in un livello superiore...la funzione trascendente ossia la la conciliazione delle varie coppie di opposti della psiche in una riuscita sintesi. La comparsa di questo simbolo determina l'equilibrio fra l'io e l'inconscio. IL CERCHIO MAGICO...il simbolismo del mandala presenta dappertutto la stessa regolarità costituita da un ordinamentoe tipico e da una simmetria degli elementi figurativi, questi sono tutti riferiti ad un centro e si trovano racchiusi in un CERCHIO che deve simboleggiare la "TOTALITA'". Occhio ragazzi fra la divisione fra MASCHILE E FEMMINILE, il mandala è il cerchio magico e ne rappresenta la sintesi.

venerdì 17 aprile 2015

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La foresta pietrificata e la spigola






Premessa: nei fondali di Taranto c'è un posto, famoso agli amanti delle immersioni
subaquee, che è unico nel suo genere.Fra la folta vegetazione subaquea si apre un area
limitata dove non cresce un filo d'erba.. ..dal fondale si ergono strane e curiose formazioni simil rocciose a mò di
stalagmiti... è un paesaggio curiosissimo oggetto di vari studi..la foresta pietrificata
si chiama. ..oppure il DESERTO di pietra..in realtà pullula di vita e quelle formazioni
celano miriadi di microrganismi sotto sotto. Il palamito...cuenz in tarantino...migliaia di ami appesi ad un filo con
esche appetitose.. abile il pescatore nel disseminare l'amo tentatore...selezione vi fu nella
pesca...il gobbion..per primo ...tale è il gobbione per lanciarsi su qualsivoglia cosa si muova..abboccò...per
secondo...lo scorfano. ..grande bocca..spina irta ma cervello spuntito...abboccò..per terzo...la gallinella
...grande bocca e grandi ali...ma per quanto grandi le ali..si fece tentare...abboccò...
per quarto...il sarago.. .diffidente...girava e rigirava...toccava..sfiorava...ritornava..indugiav
a...ma alla fine di resister non fu capace...abboccò...nella sua lunga estensione nel DESERTO
di pietra capitò il palamito. ..u cuenz...il DESERTO...regno incontrastato della spigola elegante...argentata...
.regale...l'amo osservò la reale spigola...curiosa si aggirava...guardava...sorrideva..il DESERTO era
il suo territorio..sotto le stalagmiti il suo nutrimento...unico ed irripetibile...solo suo...pensò al pescatore
e al suo amo..sorrise...l'amo era per i gobbioni...
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Via Persefone Taranto








La Dea in Trono da Taranto



Berlino, Pergamon Museum

Statua in marmo; altezza m 1,51. Una guida del Museo Pergamon [3] riporta la dicitura: "Da Taranto; acquistata nel 1915 sul mercato d'arte di Parigi".
In un articolo pubblicato sulla rivista Magna Graecia [4] Madeleine Mertens-Horn riporta alcune circostanze relative al suo ritrovamento a Taranto.

Interpretazione

La statua della dea assisa in trono fu realizzata intorno al 460 a.C.. Nella realizzazione artistica viene alla luce, riconoscibile nel ritmo che anima le forme della figura e le vesti, il passaggio dall'epoca tardo-arcaica a quella classica.
L'interpretazione che si tratti di una dea è determinata dalla posizione solenne in cui la figura siede,  ma anche dagli oggetti che probabilmente teneva fra le mani.
Se ci basiamo sull'osservazione di una figura in terracotta, simile alla statua, che possiamo vedere esposta in una vetrina vicina, la dea potrebbe aver tenuto nella mano destra una coppa per il sacrificio, e nella sinistra forse un alàbastron -  recipiente per unguenti - oppure un frutto, forse una melagrana. Questi oggetti sono tipici attributi della dea Persefone.
Questa interpretazione, però, non è condivisa da tutti gli studiosi. Nell'articolo citato, M. Mertens-Horn propone l'identificazione con la dea Afrodite sulla base di elementi dell'acconciatura e dell'abbigliamento.

Disposizione e ornamenti

La figura della dea non occupa tutto lo spazio offerto dal trono a quattro gambe, il cui schienale sale fino alla testa della figura stessa. Solo guardando di lato si possono notare l'imbottitura del sedile e come sia fatto lo schienale della spalliera che sostiene la dea.
L'alto sgabello poggiapiedi e il trono imitano una costruzione in legno.

Se osservate il lato anteriore del trono potrete notare nella parte inferiore del sedile, vicino alla gamba sinistra, qualcosa di particolare. Qui si sono conservati dei pallidi resti di un abbellimento a colori con palmette. Di conseguenza è lecito supporre che il tutto fosse dipinto a colori.

Era presente anche un ornamento di metallo. Tracce di una tale applicazione in metallo e dei fori sono chiaramente riconoscibili sul diadema che corona il capo della dea e sulle sue orecchie.

Il ritmo della figura

Le braccia della dea non riposano sui braccioli del trono: collocazione delle braccia e posizione dei piedi testimoniano, al contrario, il ritmo oscillante che movimenta la figura, facendola sembrare non rigida e immobile nella posizione seduta.

Le pieghe della veste che si sovrappongono l'una all'altra di piatto nell'arcaico mantello sghembo e la lunga tunica rivelano, aderendovi, le forme del corpo. L'insieme delle pieghe non è casuale: al contrario, sostiene con un ben ordinato ritmo di linee l'aspetto pieno di dignità che caratterizza la figura.


Il sorriso della dea

In particolare, colpisce l'effetto che riesce a produrre l'espressione del viso della dea: una calma soave, quasi carica di allegria, severità e al tempo stesso dolcezza, segnano i lineamenti del volto. Il sorriso tipico dell'epoca arcaica è scomparso, ma la pettinatura ricorda ancora decisamente le acconciature portate dalle chorai arcaiche.

Approfondimenti



Articolo tratto dal Catalogo del Museo Nazionale Archeologico di Taranto [1].
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Via Icco Taranto







Icco
ICCO da Taranto, figlio di Nicolaide, vissuto nel periodo aureo della maggiore floridezza di Taranto, cioè circa il V sec. a.C. Medico insigne, ginnasiarca e maestro dei più valenti ginnici del suo tempo, famosissimo atleta, vincitore del gran premio in Olimpia, fu eternato in un monumento nel tempio di Giunone. Visse sempre casto per non indebolire le forze del corpo, come scrive Eustazio. Fu famoso anche come esempio di vita sobria e temperante tanto che, in contrasto e in antitesi con i famosi pranzi luculliani rimasti proverbiali a Roma, si era soliti ricordare il frugalissimo pasto di Icco con "Icci Coena".
La continenza e temperanza di Icco servirono a Platone per indurre i giovani alla virtù; argomento efficace anche per "indurre noi cristiani all’acquisto della perfezione", come scrive S. Paolo (in Merodio: "Istoria di Taranto" 1799).
Icco fu il fondatore della ginnastica medica e innovatore nella ginnastica e nella dieta atletica. Per primo intuì la grande influenza della ginnastica sulla medicina e sulla dietetica, come mezzo profilattico e curativo. E questi principi applicò nella palestra del ginnasio, principi poi svolti ampiamente da Erodico, al quale erroneamente si attribuisce il merito di essere stato il fondatore della ginnastica medica.
Nulla ci resta di lui, se non pochi cenni di Platone, Pausania, Eliano e rari passi di altri scrittori dai quali è ben difficile, però, ricostruire la vita di questo tarantino illustre.
C’è nella sala degli stemmi del palazzo del governo, una epigrafe di Alessandro Criscuolo: "Icco / medico - educatore - filosofo / volle una virile gioventù / nella casa - nel ginnasio - nel foro - nella battaglia / l’acciaio delle anime temprando / col mastello della virtù / odiato dai flaccidi e dalle etère / trionfò recando al patrio altare di Pallade Astata / le chiavi di tutti i cuori sul guancial del suo cuore".

giovedì 16 aprile 2015

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La falange spartana








LA FALANGE OPLITA



La falange oplita era una formazione da battaglia composta da fanti pesanti armati di una lunga lancia e di uno scudo dal diametro di circa 60/90 cm chiamato Oplon da cui il nome Oplita.
Nasceva tra il’VIII e il VII secolo Ac per l’esigenza di avere un esercito valido anche senza la disponibilità materiale di soldati professionisti e continuamente in addestramento. Infatti, ad eccezione degli Spartani, gli opliti greci erano per lo più contadini intenti a coltivare le proprie terre.
La falange era un unisono di scudi e lance, ognuno grazie al proprio Oplon andava a coprire la destra della persona vicina e a sua volta veniva protetto da parte dello scudo della persona che aveva alla propria sinistra. Nell’antica Grecia era molto facile trovare manipoli di parenti che combattessero uno affianco all’altro e perché no anche di amanti, è semplice immaginare dunque la forza di coesione di questa formazione.


La caratteristiche principale dell’Oplon era la sua utilità e semplicità di utilizzo, mentre i legionari romani utilizzavano uno scudo ovale che proteggeva meglio il corpo ma nello stesso tempo poteva essere utilizzato solo in una posizione, l’oplon poteva essere ruotato e grazie alla sua forma concava poteva anche essere appoggiato ad una spalla per un aiuto e sostegno o per dare maggiore forza ad una carica. L’innovazione dell’Oplon fu però la sua impugnatura, infatti era costituita da due maniglie, una per la mano e una per l’avambraccio, in questo modo il peso dello scudo era completamente distribuito.
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Via Aristosseno Taranto






Aristosseno


Aristosseno fu l’ultimo grande rappresentante della scuola pitagorica tarantina, che aveva avuto ai suoi vertici Filolao, Archita, Liside. Filolao fu il primo uomo al mondo ad ipotizzare che il giorno e la notte non erano determinati dal movimento del sole ma dalla rotazione della terra, Archita il primo che sia riuscito a far volare un oggetto meccanico, la famosa colomba di Archita. L’autorità di Liside era tale che si diceva che fosse il vero autore dei tre libri attribuiti a Pitagora.
Aristosseno nacque a Taranto da Spintaros, altrimenti detto Mnesias, intorno al 365 avanti Cristo. Il soprannome Mnesias (dalla grande memoria) ne indica la affiliazione pitagorica, Mnesarcos era chiamato sia il padre che il figlio di Pitagora, Mnesagoras era detto anche il padre di Archita. Era costume dei tarantini magnogreci aggiungere un soprannome a quello di nascita. Quel Filonide che ubriaco urinò sulle toghe degli ambasciatori romani, venuti a chiedere conto dell’affondamento delle loro navi, era chiamato Bicchiere; un giovanotto di avvenente bellezza quanto di facili costumi era detto Taide (la puttana); Nicone, quello che animò la rivolta antiromana durante la guerra Annibalica, e che sconfisse la flotta romana nelle acque antistanti Taranto, era detto il Falco.
Più nobile certo il soprannome Mnesias, che esprimeva l’ammirazione per la memoria prodigiosa dei discepoli di Pitagora, allenati secondo i precetti del maestro ad esercitare la mente ogni giorno, ricordando al mattino o alla sera in ordine cronologico tutto quello che si era fatto, udito e detto. Di Pitagora si diceva addirittura che ricordasse gli avvenimenti delle precedenti vite, credevano infatti nella metempsicosi.
Dal padre, musico famoso oltre che filosofo, Aristosseno fu introdotto nella élite culturale che ruotava intorno ad Archita, il grande filosofo che governava la città, nominato sette volte stratega e mai vinto in battaglia. Politica, musica, arte e filosofia erano un tutt’uno alla corte di Archita, soprattutto la musica doveva servire a formare cittadini rispettosi delle leggi, temperanti nei costumi, determinati in battaglia. La musica per i Pitagorici non serviva al diletto, ma alla formazione dell’anima: musica ordinata, dunque, secondo precisi canoni, utile alle celebrazioni religiose, all’ordinato procedere in battaglia, agli esercizi ginnici, ad accompagnare il simposio perché la mente non fosse annebbiata dal vino.
Si deve probabilmente ad Archita la decisione di Aristosseno adolescente di recarsi in Arcadia, a Mantinea, per studiare la musica tradizionale delle genti doriche. I costumi dei giovani si andavano corrompendo: un nuovo tipo di musica, pericolosa per lo Stato, si andava diffondendo, la musica nuova che preferiva l’aulòs - una sorta di clarinetto a una o due canne dalla infinite possibilità di modulazione - al tetracordo, la cetra a quattro corde, dove i suoni e i ritmi erano impostati con rigore matematico. Una musica che addirittura aveva per scopo dare piacere nei teatri, senza intenti educativi, che mescolava il canto solistico dei metri epici ai canti corali della tragedia. Andasse a vedere il giovane Aristosseno come si comportavano i puristi in Arcadia. Gente di montagna, primitivi abitanti di un paese gelido ed aspro, che solo attraverso la musica riuscivano a mantenersi nel consorzio umano.
Quando Aristosseo, già istruito nelle matematiche e nella filosofia, arrivò in Arcadia, trovò che i Mantineesi, allarmati dalle novità della musica nuova, avevano chiamato Prassitele, il più grande degli scultori viventi, e forse il più grande in assoluto, perché scolpisse nel marmo le loro preferenze musicali, ad ammonimento dei giovani e degli stranieri. E Prassitele si era messo al lavoro scolpendo un bassorilievo che è stato ritrovato nel 1887, utilizzato capovolto per pavimentare una chiesa bizantina, dove raffigurava l’agone musicale tra Apollo e il satiro Marsia.
Apollo che ha finito di suonare, sicuro della vittoria, siede tranquillo posando la cetra sulle gambe, Marsia invece, con i muscoli contratti sino allo spasimo, è intento a soffiare nell’aulòs, senza accorgersi dello schiavo scita che al centro della scena attende con il coltello in mano per scuoiarlo.
Come ci narra Polibio (IV 21,6) la vicina città di Cineta, che aveva abbandonato lo studio della musica, era ripiombata in una esistenza ferina, gli abitanti si erano dilaniati tra loro, e la città era stata distrutta dal nemico. Quella scultura marmorea stava ad indicare la contrapposizione tra Apollo e Dionisos, tra l’ordinato canto della poesia epica accompagnato dalla cetra e l’impazzimento del coro bacchico al suono dell’aulòs, tra l’ordinato governo aristocratico e la degenerazione della democrazia.
A Mantinea lo studio della musica, della danza e del canto erano obbligatori dai dieci ai trenta anni. Fanciulli e giovani si esibivano in pubblico davanti agli anziani per mostrare i progressi fatti nello studio: da soli o in gruppo per fasce di età, maschi e femmine si cimentavano nei canti di celebrazione degli dei e degli eroi della città, oppure in danze ginniche imitanti l’incedere in battaglia e il procedere nelle processioni religiose.
Ma l’aulòs, escluso dalla educazione dei giovani e dalle celebrazioni civili, si prendeva la rivincita sui campi di battaglia, era al suono di quello strumento inebriante secondo cui si muovevano le falangi: grazie al suo potere spersonalizzante le schiere potevano avanzare compatte, come in una danza onirica, come un solo grande corpo e una sola volontà. Un esempio di danza guerresca scandita dall’aulòs ce la dà Senofonte nel narrare l’esibizione dei soldati di Mantinea davanti agli ambasciatori dei Paflagoni (An.VI,1,2).
Lo stesso Aristosseno non disdegnò l’uso dell’aulòs con cui guarì un uomo di Tebe impazzito al suono orrendo delle trombe di guerra. Il fatto che quell’uomo gli si fosse presentato dopo aver consultato un oracolo ci rivela quanto Aristosseno fosse noto anche per gli studi sulle proprietà medicamentose della musica nelle malattie mentali.
Del giovanile soggiorno a Mantinea ci rimangono i titoli di due opere perdute: Elogio dei Mantineesi e Costumi di Mantinea.
Dopo Mantinea Aristosseno andò a Corinto, probabilmente si fermò anche a Tebe dove poteva contare su Epaminonda, amico del padre, poi si stabilì ad Atene; all’interno di questi spostamenti non siamo in grado di ricostruire i ritorni in patria e i periodi di permanenza a Taranto. Ad Atene ebbe modo di completare i suoi studi sul Pitagorismo approfittando della presenza del vecchio Senofilo, ultimo grande rappresentante della diaspora dei pitagorici crotoniati, che in gioventù aveva avuto modo di studiare proprio a Taranto alla scuola di Eurito e Filolao. Ad Atene incontrò Aristotele e ne divenne discepolo e coadiutore per lunghi anni, dalla fondazione del Liceo alla morte del maestro; furono tredici anni di permanenza, dal 335 al 322, a fianco delle più raffinate menti dell’antichità. Qui potè completare i suoi studi di musica, raffinare il pitagorismo alla luce della razionalità aristotelica, studiare la fisica e le scienze naturali, scrivere, insegnare teoria musicale. Alla morte del maestro credette di succedergli alla guida del Liceo, ma Aristotele gli preferì Teofrasto ed Aristosseno ne fu profondamente amareggiato: alcuni dicono che abbia inveito davanti al suo letto di morte, ma è una malevola diceria, perché nei sui scritti elogia il maestro e i suoi metodi di ricerca ed insegnamento. Particolarmente aspro si dimostra invece nei riguardi di Platone, un filosofo da nulla che avrebbe semplicemente assemblato le teorie di Eraclito, Pitagora e Socrate, un volgare plagiario, che aveva contrabbandato come proprie opere di Pitagora e di Protagora. E’ possibile che su questo giudizio così negativo abbiano avuto influenza gli ambienti culturali tarantini, dove si ricordava il viaggio di Platone a Taranto per incontrare Archita e i suoi due infelici tentativi di introdurre a Siracusa un governo filosofico, finiti in misero modo, con la riduzione in schiavitù la prima volta, e fu salvato grazie al denaro di Anniceride di Cirene; con la prigionia la seconda volta, e fu salvato dall’autorità di Archita che mandò una nave con ambasciatori per liberarlo.
Dopo il 322, anno della morte di Aristotele e dell’allontanamento dalla sua scuola, si perdono le tracce di Aristosseno, non sappiamo dove sia andato e quando sia morto. Il silenzio delle fonti antiche farebbe pensare a un ritorno a Taranto e a una morte precoce, ma la sua estesa produzione letteraria non si concilia con una vita breve. Secondo la Suda, che è un catalogo antico delle persone illustri, scrisse ben 453 libri. Oltre ai trattati di teoria musicale che lo resero famoso, compose opere di storia e di critica letteraria, biografie di uomini famosi, tra questi Archita, Pitagora e Platone, altre opere delle quali non conserviamo nemmeno i titoli. Fortunatamente si è conservato quasi integro un trattato di teoria musicale, gli Elementi di Armonica, utilizzato per le lezioni che teneva al Liceo ad Atene, e i frammenti di un’altra opera sulla ritmica.
Da una citazione di Ateneo, probabilmente spuria, si dedurrebbe che Aristosseno quasi centenario fosse ancora in vita dopo il 273 avanti Cristo, anno di deduzione della colonia latina a Poseidonia. Secondo la citazione di Ateneo, Aristosseno in un suo scritto si sarebbe paragonato agli abitanti di Poseidonia assoggettati ai Romani, che una volta l’anno si riunivano per parlare in greco e rimpiangere la perduta libertà e gli antichi costumi: “Così anche noi, dopo che i teatri si sono imbarbariti e questa nuova musica è caduta in grande corruzione, rimasti in pochi ricordiamo quale fosse la vera musica”.
Aristosseno è poco conosciuto perché i suoi testi sono di difficilissima lettura, e pochi si sono cimentati a tradurli e commentarli. Solo nel 1954, per i tipi del Poligrafico dello Stato, è stata pubblicata, ad opera di Rosetta Da Rios, un’edizione degli Elementi di Armonica con traduzione italiana a fianco, pubblicazione che ha anche il pregio di contenere una raccolta delle citazioni antiche su Aristosseno e un’appendice sul valore della sua opera musicale. A questa pubblicazione della Da Rios rimandiamo chi volesse conoscere la sua opera musicale; qui basti dire che Aristosseno fu il primo a cercare di dare una sistemazione ordinata e precisa alle dottrine musicali del suo tempo; grazie alla sua opera la musica antica finì di essere una meccanica applicazione di rigide regole matematiche per divenire arte che richiedeva sensibilità, memoria ed intelletto; come dice Rosetta De Rios, il suo sistema basato su tredici tonalità non trovò applicazione presso gli antichi: se così fosse stato, la musica tonale, di cui è essenzialmente formata la musica moderna, sarebbe stata adoperata anche nell’antichità.
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Il sogno








La via più accessibile e più efficace per conoscere i contenuti
dell'inconscio passa per il SOGNO...il cui materiale consiste
in elementi consci ed inconsci, conosciuti e sconosciuti.
L'ordinamento del materiale rappresentato nel sogno non è soggetto alla
casualità...inoltre non hanno alcuna validità la dimensione
dello spazio e del tempo...la lingua usata è arcaica...simbolica
...prelogica...un linguaggio figurato il cui senso può essere dedotto
solo con un procedimento di interpretazione...il sogno ha
una straordinaria importanza in quanto è non solo la via che conduce
all'inconscio...ma possiede una funzione attraverso la quale
l'inconscio manifesta la sua attività di REGOLAZIONE...infatti 
il sogno da sempre espressione all' ALTRO LATO...quello opposto
all'atteggiamento cosciente.